La teologia al tempo del Coronavirus

coronavirus

In questo momento di emergenza covid-19 si sente spesso ripetere, dalla televisione e non soltanto: distanti, ma uniti. La pubblicità progresso ci consiglia di restare a casa, di prendere tutte le precauzioni igieniche necessarie, etc. Ascoltiamo sermoni, più o meno religiosi, da più parti; da filosofi, da teologi, da giornalisti e da storici che ci parlano del virus H2N2 nella storia: dalla russa, passando per la spagnola, alla Hong Kong; dalla Sars, all’influenza suina. Di religiosi, predicatori di ogni genere, che nei loro sermoni ci parlano del terremoto di Lisbona, del naufragio del Titanic, della Shoah riproponendo tout-cuort la teologia del silenzio di Dio. Perfino Sua Santità il XIV Dalai Lama ha diffuso, dalla sua residenza, un mantra per combattere il pestifero virus.
Partendo nello specificare che, come dice L. Wittgenstein, Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere, lascio parlare gli scienziati delle questioni microbiologiche, virologiche, etc. Ciò non toglie che noi non possiamo affrontare la questione dal punto di vista teologico, sociologico e filosofico.


Si dice: distanti ma uniti! Cosa mai vorrà dire? Certo, capiamo subito, di primo acchito, cosa vuole dire: se restiamo a casa un giorno potremo riabbraciarci e uniti possiamo sconfiggere l’epidemia ora diventata pandemia. Dice, però, anche un’altra cosa. Dice semplicemente di cambiare lo stile di vita. Di non fare più le cose che facevamo una volta. Di ridurre le nostre relazioni sociali e di aumentare le nostre distanze gli uni agli altri. Capovolgere il sistema relazionale, sociale ed economico. Ci sono persone che in questo capovolgimento vedono una positività, una opportunità e una sfida da cogliere, per costruire un nuovo sistema, un nuovo futuro. Ci sono, altresì, persone che nel virus Covd-19 vedono la messa in discussione delle teorie della Globalizzazione: cambiare per fare dei passi indietro. La solita storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Ed è giusto che la discussione politica, filosofica, vada in questa direzione.


Io personalmente, mantenendomi distante da Giorgio Agamben, da Vittorio Sgarbi e con simili, ritengo che questo stato di emergenza sia una aggravante di quello che abbiamo cominciato a vivere dal 2001. E aggiungo che, con tutta onestà, non so che risvolti potrebbe avere. Tutti quanti noi abbiamo la speranza che tutto ciò finisca al più presto, che si ritorni alla normalità. Ma questo stato di perenne emergenza può essere utile a qualcuno o a qualche nuova classe sociale, che per ora non conosciamo, che non sappiamo.
Il teologo Jürgen Moltmann potrebbe dire – immagino – in questo momento, che “a ridar vita alla storia non sarà certo la noia dei figli ricchi, ma la miseria reale delle masse affamate e la non meno reale miseria del Sistema-Terra compromesso.” (Da “L’avvento di Dio” 252; it 251). Parole che faccio mie in maniera incondizionata. Queste, come altre parole, tuttavia, non ci offrono una opportunità per interpretare la nostra contingenza, ma una risposta, una speranza sul futuro. Che è quello che tutti quanti noi speriamo nei nostri cuori.
Partendo da quello che abbiamo appena detto, sosteniamo che il coronavirus e la sua conseguente conclusione dell’ “uniti ma distanti” mette in crisi la visione di Dio costruita negli ultimi 70 anni, di cui Moltmann è rappresentante e in buona misura protagonista teologico. Dio è nella relazione e Dio è relazione. Quel Dio che si presentava nella Shᵉkinà, che stava in mezzo al suo popolo, che marciava e che in Cristo Gesù ci invitava a rompere le barriere, a andare oltre le apparenze, a “spezzare il pane” insieme, ad avere comunione con lui e con gli altri; quel Dio oggi è messo in crisi dal “distanti ma uniti”. Posso avere comunione con gli altri, essere in sintonia con Dio e con gli altri, attraverso la comunione e il battesimo, salvo poi abbuscare la mortifera influenza aviaria. E quindi, buon senso vuole che è meglio non avere comunione. Possiamo avere una relazione, sì, ma è sempre una relazione mediata dai nuovi sacerdoti, da una nuova religione: dai tecnologi e dalla tecnologia.
Dunque quale immagine di Dio possiamo avere oggi?


Il coronavirus ci costringe a vivere, nolenti o volenti, “una nuova secolarizzazione”. A costruire una nuova visione di Dio e ripensare a ridare un nuovo ruolo e nuovi scopi alla chiesa.
E il protestantesimo può dare, sebbene – come più volte detto da me – sclerotizzato, forte del suo bagaglio di 500 anni di tradizione culturale, teologica e filosofica, una risposta al vero interrogativo di milioni di cristiani.
Saremo capaci di metterci in cammino per incontrare di nuovo Dio, in solitudine con noi stessi?